In fila al gate

“Chi viaggia senza incontrare l’altro, non viaggia, si sposta.”
Alexandra David-Néel

Non si parla mai troppo bene degli aeroporti.

Sono luoghi caotici, che pullulano di gente che corre, di persone arrabbiate per i più svariati imprevisti, luoghi spesso brutti e sempre uguali.

Eppure, gli aeroporti sono il punto di partenza e di arrivo di persone cariche di aspettative, speranza e fermento, per un viaggio di lavoro che non si sa come finirà, per un viaggio tanto desiderato, per una rimpatriata con vecchi amici, per ritrovarsi con la famiglia o con quella persona particolarmente speciale.

Tutto questo si riflette nei suoni, nei passi, nel vociare, nell’impazienza. L’aria è elettrica e si sente.

Di solito arrivo in aeroporto con largo anticipo, mi piace contrastare il ritmo euforico che mi circonda, rallentando per osservare le persone attorno.

E mentre sorseggio il mio caffé, un po’ sovrappensiero, mi domando:

  • Perché quella persona è qui?
  • Dove sta andando?
  • Cosa la porta qui?
  • E quel gruppo?
  • Quali sono le loro storie?
  • I loro percorsi?

Molto si può dedurre dalle destinazioni, dai bagagli, dal modo di vestire, di camminare tra la folla, dagli accenti… e dalle occhiaie.

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Da Parigi a Milano il volo era quasi vuoto, nonostante il Natale alle porte. Da Milano a “giù”, come al solito è completo e, mentre mi perdo in queste riflessioni, in fila al gate capto frasi a caso:

“Quindi tu stai a Londra?”
“Tu ancora a Milano?” (perché gli expat sono anche interni)
“A Bruxelles mi hanno smarrito il bagaglio”.
Altri più silenziosi, ma sono lì che attendono in fila coi passaporti in mano o con la loro boardcard.

Per breve o lunga durata, per caso o secondo un progetto preciso, gli expat sono tanti.

Come se ci fosse un’altra Italia fuori dall’Italia ma, in questo caso, le regioni portano i nomi di tutti i Paesi del mondo.

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“Con questo articolo partecipo al concorso #unblogalmese del mese di febbraio 2019 indetto dal blog Trippando

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